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"LEONE DI PLASTICA"
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Americana

Da sempre, la sezione americana, offre al pubblico del TFF anteprime davvero esclusive. Già lo scorso anno infatti, il festival aveva dimostrato una grande attenzione per film complessi ma geniali come “Mulholland Drive” di David Lynch e “Il nostro Natale” di Abel Ferrara, confermando il suo ruolo d’avanguardia nel panorama festivaliero italiano, un’indipendenza che si colloca al di sopra di scelte convenzionali o leggi di mercato, oltre i falsi timori e le banali etichette che giudicano certe tematiche “scomode” o “difficili” con marchiature a fuoco che spesso limitano o impediscono la fruizione di grandi film da parte del pubblico (è il caso del film di Ferrara o di "Storytelling" di Todd Solondz. Dopo il TFF, spariti…).

Quest’anno la sezione sembra potersi distinguere per una certa varietà di toni “noir”.
A cominciare dall’atteso ultimo film di Brian De Palma, già in odore di scandalo, con turbamenti di varia entità che si porta dietro da Cannes, dove è stato presentato lo scorso maggio, suscitando consensi e bollenti spiriti. Già, perché un bacio lesbo fra la statuaria, (già azzurrissima e letale “Mistique” in “X-men”) Rebecca Romijn-Stamos e un’altra super top danese esplosiva come Rie Rasmussen non è cosa che capita di vedere tutti i giorni facendo la spesa. E c’è chi parla di una sequenza ormai “cult” oltre che molto, molto calda…
Chi ci rimette, in tutto ciò, è il povero bell’Antonio Banderas, nel ruolo di un paparazzo un po’ sfigato, che di fronte a tanta supremazia erotica femminile, non può far altro che stare a guardare (!), o meglio, fotografare, la vera “Famme Fatale”...
Siamo a Parigi. Dopo aver ingannato il proprio complice in una rapina che consisteva nel sedurre una bella mora per rubarle un serpente d'oro e diamanti, Laure Ash (Rebecca Romijn-Stamos) fugge con il bottino. Mentre un paparazzo, Nicolas (Antonio Banderas), la fotografa, la ragazza finisce nella casa di due sconosciuti che la scambiano per la propria figlia scomparsa, che ritornata a casa poco dopo, si suicida. Laura assume la sua identità e parte per gli Usa. Sette anni dopo fa il suo ritorno a Parigi dove ritrova Nicolas che la fotografa in quanto "moglie" dell'ambasciatore americano. In realtà Laura ha intenzione di organizzare il proprio rapimento per ottenere il riscatto dal marito, ma Nicolas non sembra volerla assecondare in quest'ennesima truffa...
Musiche di Ryuichi Sakamoto.
In tutte le sale da 22 novembre.
Sito ufficiale: http://www.femmefatalethemovie.com

Molto atteso è anche “Insomnia” di Christopher Nolan, già talentuoso regista di “Memento” qui in un film che è il remake di una pellicola norvegese del 1997 diretta allora da Erik Skjoldbjærg e intepretata da Stellan Skarsgard (“Dancer in the Dark”). Un vero “noir” in piena luce, però, perché ambientato in Alaska, ma una luce che diventa nella sua infinita ampiezza e diffusione, accecante, irritante, specchio dei conflitti e dell’autodistruzione che investe il protagonista, l'investigatore Will Dormer (Al Pacino). L’uomo, durante un'indagine per catturare un assassino in Alaska, uccide accidentalmente il proprio collega. Sopraffatto dalla paura, fa credere che il responsabile sia il killer a cui stavano dando la caccia, ma non sa che quest'ultimo ha visto tutto. Da preda a cacciatore, l'assassino comincia a ricattarlo a "colpi di insonnia" nella terra senza notti, dove il sole non tramonta mai. Chris Nolan, come già in “Memento” rovescia i ruoli (del buono e del cattivo), le coordinate (qui anche spazio- temporali) la percezione del bene e del male, il giorno e la notte, confondendo i pensieri e la visione nell’oscurità di una luce solo apparentemente illuminante…
Producono George Clooney e Steven Soderbergh.
Sito ufficiale: http://www.insomniamovie.com

In Americana passando dal thriller all’horror troviamo poi una vera micro-rassegna, dedicata a Larry Fessenden un regista sicuramente interessante, autore di film sulle leggende di Frankenstein e Dracula e destinato sicuramente a far parlare di sé in futuro. La piccola personale a lui dedicata comprende “No Telling (or The Frankenstein Complex)” del 1991, “Habit” del 1997 e l’ultimo suo lavoro “Wendigo”, un dedicato ad una terribile divinità pellerossa. Fessenden è anche un attore conosciuto e, oltre ad aver recitato in molti suoi film, tra cui proprio “No Telling” e “Habit”, ha esercitato la propria vena noir e soprannaturale anche in quelli altrui. Qualcuno se lo ricorderà sicuramente in “Session 9” di Brad Anderson e in “Al di là della vita” di Martin Scorsese.
Siti ufficiali dei film:
http://www.glasseyepix.com/html/habit.html

http://www.glasseyepix.com/html/notel.html

http://www.thewendigo.com

Sempre all’insegna del noir è “Usher” di Curtis Harrington, contemporanea e breve (solo 40 minuti) rivisitazione degli incubi di Edgar Allan Poe, in particolare “La caduta di casa Usher”, il racconto da cui è tratto questo film. La passione per il macabro di questo leggendario filmmaker settantatreenne (autore tra l’altro di “Queen of Blood” e di alcuni episodi delle serie tv “Wonder Woman” e “Charlie’s Angels”) trova finalmente piena consacrazione, riprendendo lo sperimentalismo degli anni ’40 (“The Fall of the House Usher”, dal romanzo di Poe in 8 mm) e il noir, allora forse troppo ardito, delle sue pellicole anni ’60. In “Usher” il regista si concentra sulla psicologia dei due gemmelli protagonisti dell'inquietante storia di Poe e, strizzando l’occhio all’amato poeta francese di influenza surrealista Pierre Reverdy, analizza intensificandolo, il rapporto arte e morte, che nel film diventa un'intensa riflessione.

Marathon" di “Amir Naideri”, invece, è la storia di Gretchen (Sara Paul),una ragazza patita di cruciverba con la convinzione di poter battere tutti i ricord, risolvendone 77 in 24 ore. Una “maratona” estremamente originale realizzata da un regista che viene considerato, nella sua sensibilità, una figura chiave del cinema iraniano, un cineasta che guarda con un occhio insolito ma originale una New York affascinante che egli esplora nei suoi vicoli e cunicoli attraverso i percorsi della protagonista, intenta a trovare ossessivamente la “soluzione” ad ogni enigma, la via d’uscita di ogni percorso del gioco e della sua mente. Ricerca che si fa ansia e diventa insopportabile all’avvicinarsi del limite inevitabile, del muro che limita la sua corsa. Un film che si fa spietato grazie ad un uso del bianco e nero contrastatnte in un digitale particolarmente inventivo che segue inesorabilmente ovunque, facendone uno splendido ritratto solitario, la protagonista e la stessa città.

Ricordiamo poi “Path to War” del grande John Frankenheimer, l’ultimo film realizzato poco prima della sua scomparsa. Si tratta, in particolare, di un telefilm realizzato per la Tv americana HBO, che dimostra l’intensa produzione per il piccolo schermo del regista, scomparso pochi mesi prima della diffusione del telefilm, che lo ha visto realizzare, soprattutto all’inizio della sua lunga carriera, ben 150 programmi per la televisione e guadagnare, per sei anni consecutivamente, l’Emmy Award come miglior autore di programmi televisivi.
“Patch to War” (sceneggiatura di Daniel Giat) è il frutto di dieci anni di ricerca per riuscire a raccontare con obiettiva imparzialità un momento cruciale nella storia USA. A metà degli anni '60, il presidente Lyndon Johnson e il suo entourage di consiglieri si trovarono a dover considerare l’utilità e la reale necessità di un intervento americano in Vietnam. Dovendo decidere fra il ritiro delle truppe dal Vietnam o l’incremento delle guarnizioni e quindi della guerra stessa, Appoggiato da consiglieri e governatori, l’uomo che sognava di venire ricordato come il presidente dei diritti dell’uomo, trascinò l’America in una guerra micidiale e interminabile. Nel cast attori di grande personalità quali Donald Sutherland, Michale Gambon, Alec Baldwin, Bruce McGill, Frederic Forrest.
Sito ufficiale:http://www.pathtowarmovie.com

The Rules of Attraction” di Roger Avary, invece, si presenta come un film davvero interessante soprattutto per gli adpeti di “Pulp Fiction” che deve la scenneggiatura proprio ad Avary, che per questo suo secondo film (dopo “Killing Zoe” del 1994) dietro la mdp, si è affidato all’omonimo provocatorio romanzo del sovversivo Bret Easton Ellis (autore anche di “American Psycho”) di cui ha realizzato una trasposizione molto fedele. Da questo promettente connubio nasce “The Rules of Attraction”, una commedia nera sulla "selvaggia" vita universitaria moderna, ambiente ideale per intrecciare interessanti relazioni, scambiare droghe, formare disinibiti triangoli amorosi…
Sean (James Van Der Beek), Paul (Shannyn Sossamon) e Lauren (Ian Somerhalder) formano uno di questi triangoli in cui si mescolano sentimenti e corruzione morale. Tra feste sulla “Fine del mondo” e amicizie superficiali, i tre si ritrovano coinvolti in una torbida relazione fra passione ed autodistruzione. Nel cast, una nutrita schiera di famosi teenager del piccolo e del grande schermo, tra cui la stella di “Dawson’s Creek” (nonché protagonista di “Storytelling” di Todd Solondz, l’anno scorso al TFF), James Van Der Beek, la splendida brunetta di “40 giorni e 40 notti” Shannyn Sossamon, Eric Stoltz, veterano della serie “American Pie” e Swoosie Kurtz di “Cruel Intentions”. Su tutti poi ricordiamo la presenza di Faye Dunaway ed Eric Stoltz, già “Lance” in “Pulp Fiction” e qui nel ruolo di Sir “Lance” Lawson…
Sito ufficiale: http://www.rulesofattraction.com

E’ invece un documentario “Dogtown and Z-Boys” presentato da Stacy Peralta, regista e interprete di questo film dedicato al mondo dello skateboard che dagli Zephir Team, i primi spericolati gruppi su tavolette a rotelle degli anni '60 ha conosciuto un’evoluzione fino al declino degli anni '70 e alla riscoperta dell’ultima generazione. Un viaggio che, attraverso la voce narrante di Sean Penn e la splendida musica di Jimi Hendrix, ripercorre le varie fasi di questo sport e di una folgorante passione nata sulle strade di Santa Monica o sulle piscine abbandonate nelle vicinanze di Los Angeles, dove anche illegalmente molti ragazzi cercavano un posto in cui realizzare impossibili numeri e acrobazie. Un documentario che ha riscosso un grandissimo successo negli USA, una storia di Stacy Peralta, uno di quei Z-Boys.





Infine, facciamo un salto indietro al 1955, anno in cui venne presentato “The Night of the Hunter” (“La morte corre sul fiume”) di Charles Laughton, attore hitchcockiano, al suo primo e unico grande film, tratto da un racconto di Davis Grubb, in cui Robert Mitchum giganteggia in una delle sue migliori interpretazioni, nei panni di una falso reverendo che semina morte e terrore lungo il fiume di una cittadina dell’America della "Great Depression". Un capolavoro senza tempo, che sarà ricordato dal lavoro di Bob Gitt responsabile del restauro della pellicola, che presenterà a Torino per l’occasione “Charles Laughton Directs - The Night of the Hunter” (in questi giorni anche al Regus London Film Festival) che comprende le out-takes del film con le indicazioni di regia dello stesso Laughton, documenti donati dalla moglie all’UCLA Film and Television Archive. Una ricchezza di materiale da cui Gitt ed il suo collaboratore, Nancy Mysel, hanno scelto con attenzione un insieme affascinante di documenti che nella loro complessità portano ad una straordinaria comprensione del processo di interazione e comunione che intercorre fra pellicola e autore.


Ottavia Da Re

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