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Cinema Egiziano: una retrospettiva lunga 90 opere

Lo scopo di un festival, se ne vogliamo trovare uno, crediamo stia nell’offrire agli spettatori la possibilità di conoscere nuove cinematografie, nuovi autori, di stimolare, in ultima istanza, una personale ricerca volta a trascenderne idealmente i limiti temporali. Si cerca sempre di organizzare un proprio “itinerario della visione” ispirato da suggestioni, presunte certezze, semplice curiosità, nell’umana consapevolezza dell’impossibilità di vedere tutto. Secondo una tradizione ormai consolidata Torino 2001 sembra, ancora una volta, offrire un ventaglio assolutamente variegato di possibili percorsi, uno dei quali è costituito dalla ricca panoramica sul cinema egiziano. La produzione cinematografica dell’Egitto è stata, per lungo tempo, una produzione “d’evasione” votata ai grandi incassi; melodrammi passionali, storie d’avventura confezionata in serie e soprattutto film musicali con ampi inserti di danza, che, a partire dagli anni trenta, costituiscono il genere principale. In questo panorama piuttosto sterile dal punto di vista qualitativo, si inserisce, stecca nel coro, Salah Abu Saif (considerato il creatore del realismo sociale egizio) che tenta la strada di un cinema impegnato e personale, spesso castigato da una rigida censura. Con la proclamazione della repubblica, in seguito alla rivoluzione del 1952, lo stato inizia una campagna di finanziamento al cinema; la realtà del paese inizia a emergere nelle opere del citato Abu Seif, di Shahin, di Barakat e di Saleh ; il melò viene accantonato per lasciare spazio ad una certa attenzione ai problemi concreti del popolo della città o della campagna o ad alcune divertenti commedie come quelle di Abd Al Wahab. Anche Hussein Kamal, in seguito regista commerciale di grande successo, lascia il segno con il suo “El bustagi” ambientato in un arcaico villaggio dell’Alto Egitto. A imporsi furono poi alcuni registi formatisi alle scuole di cinema europee, come lo stesso Kamal, Khalil Shawki e Shadi Abdu Al Salam, autore di “Al momia”, da non perdere. Gli anni settanta, del filooccidentale Sadat, assassinato nel 1981, vedono la fine dei finanziamenti statali e il ritorno della produzione nelle mani delle case di produzione private volte a un cinema commerciale a basso costo che consenta cospicui guadagni. Con la presidenza Mubarak il rapporto tra stato e cinema sembra cambiare, anche se la produzione resta in buona parte incentrata sull’evasione grossolana lasciando a volte emergere opere interessanti. Tanto ancora si potrebbe dire sul cinema egiziano, tanti i nomi omessi; difficile è riassume la ricchezza (90 le opere presentate, 18 delle quali appositamente rieditate) di quanto il Torino film festival, attraverso un lungo lavoro di organizzazione, durato ben 18 mesi, ci offre. Ci auguriamo che altre città italiane, raccolgano e rendano visibile, oltre la durata di un festival, questa sconosciuta e “invisibile” ricchezza. |
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